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Odore di terra romanza
  -    -  Odore di terra romanza
Titolo: Odore di terra romanza
Anno: 2024
Stampa su alluminio graffiato, cm 150×100

Odore di terra romanza è la geopoesia dedicata al Friuli Venezia-Giulia, realizzata nel contesto della mostra “Allo specchio dell’era Kennedy” organizzata dal Comune di Gemona in collaborazione con la Cineteca del Friuli

Odore di terra romanza

di Laura Canali

Quando inizio a pensare di disegnare una nuova geopoesia, normalmente ho già un’idea precisa che nasce da un libro che ho letto o da poeti che hanno colpito la mia sensibilità. Una geopoesia non è come una mappa di Limes che spiega dinamiche e segue un ragionamento geopolitico, una geopoesia è come un richiamo, una sollecitazione della memoria, uno stimolo a vedere il mondo attraverso i sentimenti. Vorrebbe essere una porta magica da attraversare, una suggestione, un sentiero appena intravisto.

Quando Flavia Virilli mi ha proposto di lavorare ad una geopoesia della sua regione, il Friuli Venezia Giulia, ho avuto un sussulto, anzi due, il primo è stato subito di entusiasmo legato alla sfida di provare a cimentarmi in qualcosa che non avevo mai tentato e il secondo era legato ad un po’ di preoccupazione perché ho subito percepito il rischio di non riuscire ad includere tutto, ho pensato che qualcosa o qualcuno ci sarebbe rimasto male. 

Subito dopo ho pensato che avrei dovuto studiare molto ma ero sicura di non poter leggere tutto quello che sarebbe stato necessario, perlomeno non profondamente e così mi sono resa conto che tutto il mio procedere creativo di sempre lo stavo mettendo in discussione. Dovevo cambiare punto di vista. Per forza. Ho capito che dovevo prima mettere i piedi in Friuli Venezia Giulia, annusare l’aria, lasciarmi trasportare dentro.

Ho subito deciso di fare una viaggetto per cominciare a sentire cosa provavo ma mi serviva un punto di partenza, dovevo scegliere un punto di vista e la mia scelta è caduta sul fiume Tagliamento che divide in due il Friuli ma prima si piega a gomito tra Tolmezzo e Venzone. La corona alpina rimane compatta, infatti il fiume nasce al passo della Mauria e io ho scelto di entrare proprio da lì, dal passo della Mauria per poi fermarmi qualche giorno poco oltre, a Forni di Sopra. Paese piccolo, di montagna, semplice, lontano dal ricordare l’Alto Adige, dove vado volentieri, Forni di Sopra è silenzioso, con case tradizionali in legno, che cura la sua tradizione, restaura, spiega, c’è anche un museo e un centro per il ricamo. Comincio a percepire che qui la memoria è il presente e sarà il futuro. C’è come qualcosa che scorre, come il Tagliamento, ma è dentro le persone. Lo senti, lo percepisci ad ogni incontro. Ogni essere umano deve conservare e consegnare la storia agli altri, non solo ai figli di questa terra ma a tutti e anche a me.

Infatti succede subito, incontro Anna all’ufficio del turismo di Forni di Sopra, la mattina dopo il mio arrivo. Siamo solo io e lei. Aspettiamo la guida alpina per fare un giro, siamo due donne sole della stessa età. Lei mi guarda negli occhi e io sento che abbiamo qualcosa in comune, una certa attitudine all’ascolto, all’amore per i boschi e per la neve. Cominciamo subito a parlare di tante cose e lei mi racconta tanta storia del Friuli Venezia Giulia, il suo senso di responsabilità la rende anche leggera, non vuole appesantirmi con il tanto dolore che è passato da queste parti ma non vuole farmi sconti. Sceglie le parole, senza però evitare i passaggi duri della guerra che si mischiano alle sofferenze personali.

Quando ho iniziato questo viaggio, da romana quale sono, non sapevo davvero cosa aspettarmi, non conoscevo questa regione. Ma ricordo bene il terremoto del 1976. Avevo solo otto anni, ma mi rimase impresso un ricordo preciso. All’epoca ascoltavamo la musica su delle cassette con un nastro e anche a Udine il 6 maggio del 1976 un ragazzo di diciotto anni di nome Mario Garlatti stava riversando un disco dei Pink Floyd proprio su una cassetta quando arrivò la scossa di terremoto. Lui la registrò del tutto casualmente ma fu così che tutta Italia senti il suono dell’Orcolat, la voce dell’orcaccio, nome dispregiativo con cui i friulani chiamano il terremoto. Mi fece molta impressione. Tutti hanno paura del terremoto perché la propria casa, luogo rifugio, si trasforma in una trappola mortale. È un evento naturale che genera un trauma collettivo di difficile gestione per una comunità. 

Ai bambini che hanno riunito la forza della loro immaginazione per contenere il terrore del terremoto durante quella sera del ’76, si è aperta dentro una faglia di precarietà, e credo che la mia ossessione per la scrittura muova dal buio di quella faglia e dal tentativo, patetico quanto ostinato, di riavvicinarne i lembi.

Questa libertà, Pierluigi Cappello

La faglia, già sì perché il Friuli Venezia Giulia, come tutta l’Italia, è attraversata da faglie tettoniche. Una molto importante, la faglia periadriatica. Descritta così dal grande poeta Andrea Zanzotto:

… per avvicinarsi ancor di più al precario/eterno che circola da questi paraggi, bisognerebbe prima che con terre ed acque aver contatto con le sotterranee rocce e con il sepolto magma di fuoco che le regge sul suo dorso. Si è all’angolo del mare Mediterraneo e Adriatico che si sfibra e diventa sempre meno profondo, da queste parti (…). Quell’angolo di mare abbastanza quieto e spazzato da venti non terribili, bisogna pensarlo, insieme con una breve porzione di terra che lo circonda, sospeso proprio sull’orlo della grande faglia periadriatica, che spacca là nei dintorni la crosta terrestre. (…) Si è al limite di una ridotta zolla che fa spesso sentire la sua inquietudine e fa oscuramente tremare la cerchia di monti e di colli che sta, poco lontana, sugli sfondi della città. Anche alla città arriva il tremore: ma siccome essa stessa è irrequietezza ed elastica instabilità sopra fanghi e depositi alluvionali non ne ha mai un totale pericolo”.

Luoghi e paesaggi, Andrea Zanzotto

La visione poetica con la quale Zanzotto parla di queste terre sospese sulla faglia periadriatica sono del 1964 circa. Dodici  anni prima del terribile terremoto del Friuli. Il terremoto è per noi umani una catastrofe ma per il nostro pianeta è movimento, è creazione, è cambiamento. Il trauma lega inesorabilmente, in questo caso i friulani al Friuli. Come si guarisce? Non si guarisce mai del tutto, anzi, il trauma si tramanda anche alle generazioni che seguono, tutti imparano a convivere con i traumi fino al giorno in cui ci si accorge che il dolore che abbiamo dentro non prenderà più il sopravvento, affiorerà ogni tanto o spesso, dipende, ma farà parte di un tutto, dell’insieme della nostra personale vita e della nostra vita comunitaria.

Qualcuno ha appena versato con fragore nel cassonetto in fondo alla via un carico di bottiglie vuote, sento un cane abbaiare in lontananza, tutto è fermo, tutto potrebbe mutare.

Questa libertà, Pierluigi Cappello

Venendo da Roma a Forni di Sopra, oltre alla mia valigia ho portato con me un forte dolore alla scapola sinistra, è un brutto dolore, come se avessi qualcosa conficcata. Chiedo se c’è qualcuno nei dintorni che sappia aiutarmi con un massaggio e incontro Monica, esperta di medicina cinese. Mi stendo e lei con lievi pressioni e l’aiuto di alcune coppette che agiscono come una sanguisuga, porta via il mio dolore in tre sedute e per farmi un regalo, alla fine del terzo giorno, mette le sue mani sulla mia pancia, appena sotto l’ombelico, le fa vibrare lievemente e all’improvviso dentro la mia pancia sento venire un intenso calore. Rimango davvero stupita. Chiedo come sia possibile e lei mi risponde che è l’energia delle montagne che sta convogliando dentro di me. Se non lo avessi vissuto non ci crederei. La sensazione di calore è durata a lungo. In quel momento ho capito che avevo fatto la scelta giusta, camminare in Friuli Venezia Giulia, incontrare le persone, a caso, ho sentito che volevano comunicare, raccontare, nessuno sarebbe andato via, nessuna smania di fare, andare, ma stare condividendo.

Si la prima sensazione che ho avuto è stata quella del desiderio di condivisione. Durante la prima escursione nel bosco, insieme ad Anna, ho potuto vedere alcune zone dove ci sono molti alberi caduti a causa della tempesta Vaia. Qui sono piccole zone tonde ma irraggiungibili con mezzi di trasporto per cui gli alberi non potranno essere rimossi. L’unico modo sarebbe di tagliare e trasportare i tronchi a dorso di asino ma ci vorrebbe molto tempo. La vegetazione è diversa dall’Alto Adige, c’è molta varietà di alberi e sono più mediterranei a causa dell’influenza del mare che è molto vicino. Infatti in Friuli Venezia Giulia ti muovi rapidamente dal mare alla montagna, dai Colli alla pianura. Tutto è vicino, tutto a portata di mano, ma ambienti così diversi.

Alla fine dei tre giorni arriva Martina a prendermi, non ci conosciamo ma anche lei, si capisce subito, è dello stare e condividere. Guida con calma e mi lascia il tempo di guardare il paesaggio. Non sono stata fortunata con il tempo metereologico ma non mi lascio impressionare dai colori grigio/marrone e verde muschio, ho dentro la mente i versi della canzone di Elisa, Tramonti a Nord Est, so che ci sono i colori, li sento in ogni angolo pronti ad illuminarsi con il sole. Ma vedo il verde acqua luminoso del Tagliamento quando s’innesta con il fiume Fella. Un verde che non ha bisogno del sole per essere così brillante, porta la luce dentro.

Il fiume Tagliamento però, proprio nell’attraversamento di Forni di Sopra, di acqua ne aveva proprio poca. Ho pensato alla grave siccità che sta colpendo tutta l’Italia in questi anni ma esistono anche altri motivi che impoveriscono di acqua questi fiumi già in alta quota. Il Tagliamento ha un gemello e si chiama “secondo Tagliamento”. È completamente artificiale e formato da lunghissime gallerie sotterranee che non si vedono ma convogliano quasi l’intera portata del Tagliamento numero uno e dei suoi affluenti nel sistema idroelettrico delle centrali di Ampezzo e di Somplago. Il bacino di Sauris è il primo a raccogliere le acque del “secondo Tagliamento” e serve la centrale di Ampezzo, mentre il secondo bacino è quello di Verzegnis che alimenta l’altra centrale di Somplago. Gli scarichi di quest’ultima centrale finiscono nel lago di Cavazzo o dei Tre Comuni. L’acqua poi prosegue per altri ottanta chilometri fino a rientrare nell’alveo originario del “primo Tagliamento” all’altezza del ponte Braulins. Ed è da questo punto che il fiume recupera l’acqua, non più pulitissima e anche il suo naturale defluire selvaggio a canali intrecciati che ormai lo rendono unico in tutta Europa. Sul lago di Cavazzo, non c’è solo la centrale idroelettrica A2A, c’è anche una stazione dell’oleodotto trasalpino Tal che da Trieste sale fino alla Germania. 

Il fiume Tagliamento mi ha affascinato durante una visita che ho fatto al Museo di geografia dell’Università di Padova. Per terra all’ingresso c’è una grande fotografia satellitare della pianura Padana e di tutto l’arco alpino. Ad un certo punto si vede questa striscia bianca affiancata da una grande V sempre bianca che è l’alveo del fiume Meduna. Due scie bianche che si stagliano come due vie lattee terrestri. Ciottoli bianchi che si trasformeranno in sabbia sottile una volta che avranno raggiunto il mare Adriatico. Lignano Sabbiadoro, Grado e tutta la costa limacciosa ha un litorale che è frutto dello sfaldamento delle Alpi. Qui più che altrove è chiaro che tra milioni di anni le Alpi saranno pianura. Qui più che in tanti altri posti è chiaro che la forza dell’acqua è stupefacente. Un giorno le Alpi non ci saranno più, è il loro destino e si lasceranno sciogliere dall’acqua venendo giù insieme ai fiumi.

Questa è la linea che ho scelto per la mia geopoesia, un’anima forte, una colonna vertebrale fatta di ciottoli bianchi. Guardandoli da vicino si può vedere che non sono tondi ma esagonali perché ho preferito una forma geometrica spigolosa proprio per ricordare la montagna e non subito i ciottoli levigati dall’acqua come in realtà sono. L’anima del fiume non poteva che essere verde e poi subito sopra ho disegnato il corso del fiume per intero che si intreccia con il “fiume anima”.

La linea centrale divide in due, Est ed Ovest, come in effetti è la regione e come viene vissuta, al di là e al di qua del fiume Tagliamento. Il Friuli Venezia Giulia è attraversato verticalmente dai suoi fiumi e questo la rende più che mai una marca, una zona di confine. I fiumi sono divisori naturali del territorio, fiume dopo fiume, conquista dopo conquista, passo dopo passo.

Passo dopo passo, come una marcia militare la regione si tiene unita con il ricordo delle guerre che l’hanno attraversata. Gorizia è forse il simbolo vivente della separazione. Il monte Sabotino poco a Nord della città, il fiume Isonzo che abbraccia ad ovest la città di Gorizia e la spinge sul confine sloveno, subito dopo c’è Nova Gorica. Oggi le due città sono unite ma prima erano molto simili alla città tedesca di Berlino durante la guerra fredda con i suoi check-point. Piazza Transalpina con la stazione dei treni, casa rossa con la “domenica delle scope”, via del Rafut, nome che nasce da una storpiatura della parola tedesca Raffholz (legna accatastata o legna trascinata). Raffholz, rafoult, rafolt, Rafut, quindi non è il nome di una persona ma ricorda un gesto abitudinario, quello della raccolta della legna dal colle del Rafut,  prima che questa via diventasse l’ultima prima del confine. A via del Rafut c’è una casa famosa che venne separata dalla sua stalla quando misero in atto i trattati di Parigi del 1947.

I gesti, le abitudini, il racconto, le persone normali, questo è il messaggio potente che il Friuli Venezia Giulia ci trasmette sobriamente, senza strillare, solo a chi si avvicina, solo a chi vuole vedere oltre, solo a chi vuole ascoltare. 

Un’altra testimonianza di passaggio della nuova frontiera tra Gorizia e Nova Gorica è il piccolo cimitero di Merna che si trova a Rožna Dolina-Valdirose, piccolo centro leggermente staccato da Nova Gorica. Subito dopo il 1947 fu diviso in due da una rete metallica. Nel 1975 però, in seguito al trattato di Osimo firmato da Italia e ex-Jugoslavia, il cimitero è stato riunificato ed è interamente in Slovenia.

Questo piccolo cimitero non è importante solo per questo ma soprattutto perché è la testimonianza di quello che rimane a Gorizia della comunità ebraica, completamente sterminata durante la seconda guerra mondiale. Il tempio oggi ospita il museo ebraico e una parte è interamente dedicata alla comunità ebraica goriziana, insediatasi nel medioevo. 

Personaggi illustri di questa antica comunità sono oggi seppelliti nel cimitero sloveno di Merna, come lo scrittore, filosofo, poeta e pittore Carlo Michelstaedter, la giornalista Carolina Luzzatto Coen, facente parte della grande e importante famiglia Michelstaedter, prima donna italiana ad aver diretto un quotidiano. Oltre ad essere giornalista è stata scrittrice, poetessa, commediografa, educatrice e autrice di commedie per ragazzi, traduttrice e conferenziera. 

Scendendo verso sud, appena usciti da Gorizia, c’è Il Monte San Michele.

Questo monte San Michele sta davanti agli italiani come un pugno chiuso battuto sul tavolo. Risalendo dal polso alle quattro nocche fortemente sporgenti, le famose quattro cupolette rotonde del San Michele, l’altopiano somiglia moltissimo al dorso di una mano. Le altrettanto famose posizioni sull’Isonzo costituiscono il pollice. Le dita, che stringono il versante nord e sulle quali s’infrange giorno per giorno il fior fiore dell’armata Italiana, non sono visibili da qui.

A. Schaleck, “Am Isonzo. März bis Juli 1916”

Questa descrizione del Monte San Michele è stata scritta dalla corrispondente di guerra austro-ungarica Alice Schalek, evidentemente aveva sotto gli occhi una mappa dettagliata della zona perché non tutti gli atlanti riportano questa caratteristica, eppure è così, è un pugno chiuso con quattro nocche. Un pugno nello stomaco dove il dolore non passa più.

Avevo già percorso con le poesie di Ungaretti queste geografie e ho voluto guardare a questo monte con gli occhi di Alice, visione suggeritami da Anna.

Sei sfere argentate sono sul San Michele. Sei sfere argentate rimbalzano sulle montagne, si riflettono in esse e rimangono lì, in bilico tra terra e cielo, pensandosi costellazione, ma sempre pugno sono. 

In alto a destra della mappa c’è Caporetto, come fosse il nome di una cima, sta lì perché è ormai Slovenia ma significa molto per l’Italia. È un toponimo indispensabile, sospeso tra cielo e terra ma più terra che cielo.

Nella mia mappa Trieste diventa Piazza Oberdan. I toponimi classici sono più piccoli e scritti in carattere semplice, stampatello, i toponimi da me scelti sono liberi, in corsivo leggero, quasi come se le lettere volessero volare via. A piazza Oberdan il 19 marzo del 1945 si erano dati appuntamento due ragazzi innamorati, Giuseppe Robusti detto Pino e Laura Mulli, la sua fidanzata. 

Erano giorni particolari quelli, i nazisti tennero Trieste fino al primo maggio del ’45 e in quei giorni di marzo tra il terrore e la ferocia, la spinta e il desiderio di abbracciarsi diventa un bisogno impellente e i due ragazzi decidono di aspettarsi lì ma purtroppo Pino, studente della facoltà di architettura verrà fermato, interrogato e arrestato dai soldati tedeschi. Prima lo portarono nel carcere di via Coroneo e poi alla Risiera di San Sabba, lager nazifascista e lì perse la vita i primi giorni di aprile. In piazza Oberdan c’è un monumento in bronzo che raffigura una coppia abbracciata, sono Pino e Laura. L’artista che l’ha creata è Marcello Mascherini e le due figure sono giganti, infatti sono alte cm 460. Si perché l’amore è grande, è potente e la morte è comunque un’azione che genera altre azioni. Il bacio mai dato di Pino a Laura ha scritto la loro storia per sempre indelebile. Pino ha lasciato una lettera a Laura. Non è solo un addio ma anche una rassicurazione su ciò che è accaduto tra loro grazie al loro amore:

Io credo che tutto ciò che tra noi v’è stato, non sia altro che normale e conseguente alla nostra età, e son certo che con me non avrai imparato nulla che possa nuocerti né dal lato morale, né dal lato fisico. Ti raccomando perciò, come mio ultimo desiderio, che tu non voglia o per debolezza o per dolore sbandarti e uscire da quella via che con tanto amore, cura e passione ti ho modestamente insegnato.”

Giuseppe Robusti 5 aprile 1945

Parole per salvare la reputazione di questa ragazza, per aprirle un futuro senza ombre.

“Addio, Laura adorata, io vado verso l’ignoto, la gloria o l’oblio, sii forte, onesta, generosa, inflessibile, Laura santa. Il mio ultimo bacio a te che comprende tutti gli affetti miei, la famiglia, la casa, la patria, i figli. Addio

Pino”

Trieste è una grande sfera verde con all’interno tante altre sfere argentate. Sono una porzione di un’aureola di un santo che ho fotografato dentro la chiesa di Sant’Antonio Abate a San Daniele del Friuli. Si trova nel presbiterio dipinto dal Pellegrino nel 1522. I colori nel Friuli Venezia Giulia ti colgono di sorpresa e così è stato per me entrando in questa chiesa. Pioveva molto e la giornata era grigia. Sono entrata e mai avrei immaginato di trovarmi davanti a tanto colore vivo.

Sempre giallo e arancio saranno i colori che rimarranno nei miei occhi dentro la Basilica di Aquileia, colori spesso legati insieme nel Nodo di Salomone. Questo simbolo geometrico ma sinuoso rappresenta l’unione fra l’essere umano e la dimensione del divino ma essendo un simbolo tipico delle culture del Nord Europa, lascia un’impronta importante ad Aquileia e al suo legame con un territorio oggi di frontiera ma che anticamente comprendeva nel suo potere l’Est e il Nord, il Patriarcato di Aquileia.

Palmanova è una ruota che gira, parte di un ingranaggio così ricco di storia e di significati da sentirti sempre in affanno. Città fulcro, con una pianta poligonale a stella con nove punte. Città baluardo militare ma anche simbolo di perfezione e bellezza. All’arrivo di Napoleone Bonaparte la città si chiamava Palma ma lui cambiò il nome in Palmanova, dopo averla rafforzata un po’ di più nella struttura.

Ogni astro è un movimento a sé. Ogni sfera è un luogo della mia mappa. Gemona del Friuli è il mio centro. Una luna bianca e nera, lievemente adagiata sulla colonna del fiume Tagliamento, insieme hanno un movimento e insieme trascinano tutti gli altri astri. La luna piena è riempita dalla mappa di Gian-Giuseppe Liruti. La sua mappa di Gemona è formidabile, con le mura a forma di cuore e le montagne sullo sfondo. Il castello domina sulla rocca e i riferimenti sono così nitidi da poterli facilmente sovrapporre ad oggi fino ad annullare lo spazio temporale che le divide.

Più guardo la mia mappa e più capisco che sto arrivando a come lo definì Ippolito Nievo:

“Il Friuli è un piccolo compendio dell’universo, alpestre piano e lagunoso in sessanta miglia da tramontana a mezzodì.”

Eppure mi ero ripromessa di non lasciarmi influenzare e infatti sono sicura che non mi sono lasciata guidare da queste parole ma il Friuli Venezia Giulia è proprio così e il disegno è venuto fuori così perché non poteva essere altrimenti.

Tutti i suoi fiumi vengono giù in verticale, separano, non uniscono. Molti territori che erano uniti, ora sono monchi di parti importanti, come per Trieste Capo d’Istria, come per Aquileia il Patriarcato, come per le Alpi la Carinzia. Le sue faglie tettoniche sono come i fiumi, rigano il territorio da dentro, salgono dal Mare Adriatico fino sulle Alpi dove piegano a sinistra esattamente come il fiume Tagliamento, per infilarsi poi nella Val Pusteria dell’Alto Adige. I pianeti si muovono su questa terra irrequieta, vibrano tra loro e si tengono uniti alla costellazione terrestre a cui appartengono.

Ma io, che vengo da Roma, che ci faccio qui? Me lo sono chiesto di fronte a questa enormità. Eppure anche per me come per Pino Robusti, è stato l’amore a portarmi qui. L’amore che ho per la geografia, per la poesia, per le persone e per i misteri della terra che rimarranno tali.

Ho cercato un appiglio, qualcosa di familiare e non potevo che trovarlo in Pier Paolo Pasolini. Ci sono persone che anche se non sono nate a Roma e non ci hanno nemmeno vissuto buona parte della loro vita, sono molto più romane di tanti romani nati a Roma. Pier Paolo Pasolini era uno di questi. Ha rappresentato Roma, ne faceva parte, anzi ne fa parte perché la sua impronta è sempre viva qui da noi. Pier Paolo Pasolini aveva un fratello minore, Guido, che morì nell’eccidio di Porzûs tra il 7 e il 18 febbraio del ‘45. Faceva parte della brigata Osoppo del partito d’Azione con il nome in codice “Ermes”, nome noto nella mitologia greca come figlio di Zeus e di una ninfa dal nome Maia. Il dio Ermes era messaggero di suo padre, dio della pastorizia e del commercio ed era anche il dio che accompagnava all’Ade le anime dei defunti. Ermes, cioè Guido Pasolini, scrive una lettera al fratello per raccontare la situazione sul campo, era il 27 novembre del 1944:

“Pier Paolo carissimo: (…) ti metto senz’altro al corrente della nostra situazione come si presenta alla data di oggi (…). Si organizza la brigata: in breve tempo raggiungiamo i 600 uomini nella vallata Attimis-Subit. (…) Si entra in contatto con i mandanti delle 2 brigate Garibaldi che fiancheggiano il nostro schieramento: si forma la divisione Garibaldi-Osoppo, si firma un patto di amicizia con gli sloveni che, slealmente, hanno cominciato la propaganda slovena nel territorio da noi occupato. (…)

In quegli stessi giorni giunge una missione slovena inviata da Tito: si propone l’assorbimento della nostra divisione da parte dell’Armata slovena: ci fanno capire fra l’altro che qualora facessimo parte dell’esercito sloveno eviteremmo il disarmo. Il comandante di divisione Sasso (un garibaldino) tentenna, il vice comandante Bolla (Osoppo) pone un energico rifiuto. Gli sloveni se ne vanno scontenti. Il comandante Sasso promette solennemente a Bolla (…) che della questione non si sarebbe più parlato. (…)”

Guido Pasolini al fratello Pierpaolo, 27 novembre 1944

Sasso e Bolla sono due altri nomi in codice, Bolla è Francesco De Gregori, zio del cantautore romano, anche lui ucciso a Porzûs.

“Se un mattino tu verrai fino in cima alle montagne
troverai una stella alpina che è fiorita sul mio sangue
per segnarla c’è una croce, chi l’ha messa non lo so
ma è lassù che dormo in pace e per sempre dormirò

ma è lassù che dormo in pace e per sempre dormirò
Tu raccogli quella stella che sa tutto del tuo amore
sarai l’unica a vederla e a nasconderla sul cuore
quando a sera sarai sola non piangere perché
nel ricordo vedrai ancora tu e la stella insieme a me
tu e la stella insieme a me”

Testo Arturo Zardini/Francesco De Gregori

Bolla fu ucciso con il suo stesso fucile dopo un sommario interrogatorio per scoprire dove fossero nascoste le armi. Responsabili furono i componenti di un gruppo di partigiani comunisti delle Brigate Garibaldi. Guido Pasolini riuscì a scappare ma fu ferito ad una spalla. Il giorno dopo fu trovato e finito. L’eccidio di Porzûs è ancora oggi un evento che non si può archiviare per le molte ombre che getta ma soprattutto per la perdita di esseri umani che si sentivano italiani e volevano difendere la loro patria.

(…) Quattro giorni fa si presenta al nostro comando il famigerato commissario Vanni: dichiara al nostro comandante Bolla: “Per ordine del maresciallo Tito la prima brigata Osoppo deve sgomberare la zona (territorio di influenza slovena) a meno che non acconsenta ad entrare nelle formazioni slovene”. Siamo arrivati dunque al vertice della parabola: come andrà a finire? Udine è a 12-16 km di distanza.

Guido Pasolini al fratello Pierpaolo, 27 novembre 1944

Questo accadeva ad Est del fiume Tagliamento, ad Ovest invece, il fratello maggiore Pier Paolo si trovava a Versuta nel comune di Casarsa perché sfollato a causa dei bombardamenti su Casarsa. Il nome Versuta deriva dal rio Versa. Il 18 febbraio del 1945 Pier Paolo Pasolini e alcuni suoi amici fondano l’Academiuta di lenga Furlana. La data non è un caso infatti questo istituto di lingua e poesia friulana sarà dedicato al fratello Guido, ucciso pochi giorni prima. La morte è un’azione. 

Nella mia mappa ho inserito al centro del pianeta Versuta/Casarsa un disegno pubblicato sulla copertina del volume: Il primo libro di Pasolini a cura di Franco Zabagli – 2019 Ronzani Editore.

Questo disegno è in realtà uno schizzo dello stesso Pasolini, rappresenta una testa di bersagliere (Casarsa, Fondo Ciceri).

Pier Paolo Pasolini ha vent’anni e pubblica il suo primo libro Poesie a Casarsa. La scelta imprevedibile è quella di scrivere nel dialetto di Casarsa della Delizia, paese originario della madre e dove tutta la famiglia trascorreva le vacanze. Questa scelta apre la via alla libertà di espressione, tagliando i ponti con la classica lingua poetica.

ALTAIR

Altàir, stèle dal dûl,

quànt che mi lèvi trist,

jo ti sèrci tal nûl:

e tu, tu mi assistis.

Il timp a no l’è siùn,

c’al ristòre, e, svejâs,

ni fa jupâ pai prâs!

Cussì, Altàir, il tò lum

Par infinídis stèlis

al lùs: e no di une

sóle stasòn. Ghi trème

il timp di mè donzèl.

Altair, stella della pietà, quando mi levo triste, io ti cerco tra le nuvole: e tu mi assisti. Il tempo non è sonno che ristora, e, destati, ci fa correre gioiosi per i prati! Così, Altair, la tua luce brilla di infinite stelle: e non di una sola stagione. Vi trema il tempo di me adolescente.

Pier Paolo Pasolini , Poesie a Casarsa

Ma il Friuli Venezia Giulia è una regione di acqua. Piove molto e questo perché le correnti d’aria provenienti da nord, quando incontrano le Alpi che sono una barriera naturale, le aggirano, per questo il Friuli Venezia Giulia e la costa ligure e quella della Versilia in Toscana, sono molto piovose e soggette a vere tempeste. L’aria aggira le Alpi e crea i vortici freddi che si scontrano con l’aria più calda risalente dal Mar Tirreno e dal Mar Adriatico. 

Il fiume Livenza è il fiume più a ovest della regione e segna il confine con il Veneto fino a poco a nord di Meduna di Livenza.

Il fiume Livenza nasce dalla sorgente valchiusana del Gorgazzo. È una sorgente bellissima e sgorga quasi come fosse un vulcano d’acqua perché esce dalle viscere della terra, verde smeraldo e turchese. È stata fonte d’ispirazione per poeti e pittori anche se nasconde le sue insidie. Infatti a causa della forte corrente che l’attraversa nelle profondità è inesplorata. Massima profondità raggiunta -212 metri dallo speleonauta Luigi Casati. Per chi volesse immergersi il soccorso è garantito fino a -42 metri ma le acque gelide sconsigliano vivamente l’esperienza.

Bellezza e rischio, binomio indissolubile, come le sirene e il loro canto fatale per Odisseo e la sua ciurma. 

Ma questo è solo l’inizio di un viaggio già incompleto al suo esordio.

di Laura Canali